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Ho camminato
dove il verde svaniva prima di essere toccato
e il deserto teneva il silenzio
non come un segreto, ma come una condanna
che nessuno osa nominare.
Ho chiuso gli occhi sotto costellazioni taglienti
che sembravano ricordi di chi non ha mai mantenuto parola.
Ho ingoiato sorsate amare
acqua che sapeva di roccia antica
e di suppliche pronunciate
da chi ha smesso di aspettare risposta
ma non ha imparato a smettere di chiedere.
Le profezie non mi inseguivano:
erano già lì, impresse nel sale della pelle,
scritte con dita tremanti sulla sabbia
e cancellate dallo stesso respiro che le aveva dette.
Voci di bambini nelle crepe delle mura
non erano ricordi: erano avvertimenti
che il tempo non perdona chi resta fermo.
Ogni orma era un punto interrogativo
che il vento non si curava di chiudere.
Ogni linea dell’orizzonte
un verso che non trovava la rima finale.
Ho tenuto in mano cocci di carte geografiche
ancora calde di fuoco dimenticato,
ho sfiorato granelli che sapevano di liquore amaro
e di mani che non si sono più strette.
Poi, in quel punto preciso
dove la duna si arrende al proprio peso
e un richiamo lontano finge di chiamarti per nome,
mi sono chinata su una pozza minuscola,
specchio rotto dal cielo stesso.
E c’ero io.
Con un giorno in più sulle palpebre
e tutte le profezie ancora da smentire
dentro le rughe che non ho saputo inventare.
Ho camminato.
Il mondo non mi ha fermato
né accolto.
Mi ha semplicemente lasciata andare
come lascia andare il vento
che non ha destinazione
ma ha l’obbligo ostinato
di non fermarsi mai
nemmeno quando non resta più niente
da attraversare.